Hanno detto di Eleonora Duse


Nel volume "Tragedie di bambole, storie allegre e tristi" del 1923 di Richard Kola (Vienna 1872 - 1939), si leggono queste pagine piene di entusiasmo, scritte quando la Duse era ancora viva.

Fu trent'anni or sono, al Karltheater, che la Duse recitò per la prima volta a Vienna.
I giornali portavano brevi annunci di réclame: - che la Duse nella sua patria era considerata come la più grande attrice, e che veniva a Vienna per iniziare da questa città una tournée in tutta Europa. Ella avrebbe recitato "La signora dalle camelie" al Karltheater!
La cosa sembrava un pochino ardita, perché, alcune settimane prima, nello stesso teatro dove era stata ospite per alcun tempo, Sarah Bernhardt aveva ottenuto il suo maggior trionfo con "La signora dalle camelie". Eppure la Duse aveva il coraggio di rivaleggiare con la grande attrice francese all'apice della sua fama!
Ero in quell'epoca, un piccolo impiegato di banca e guadagnavo quindici fiorini al mese, dei quali vivevo. L'importo doveva servire per il cibo, il tetto e il vestito, e doveva venir suddiviso con molto acume per coprire anche le spese di lusso necessarie, quali lettura, teatro e donne. Per il teatro erano destinati due fiorini, che mi permettevano di andare alla commedia all'incirca cinque o sei volte al mese. Naturalmente, frequentavo soltanto la quarta galleria, dove un posto in piedi costava da tredici a quattordici soldi. Avevo ammirato Sarah in tutte le sue interpretazioni, insieme con un amico mio e collega d'ufficio; decidemmo di andare insieme dalla Duse per constatare se era meglio di Sarah nella signora dalle camelie.
Di nuovo, salimmo alla quarta galleria, occupata da numerosi italiani o da gente che comprendeva l'italiano; in platea, c'erano molte lacune; i palchi erano vuoti. Il telone si alzò rapido; la rappresentazione cominciò. Allorché la Duse apparve e cominciò a parlare, non si mosse più nessuno. Quando il telone calò dopo il primo atto, il pubblico era così commosso, che ancora nessuno si mosse. Ci si dimenticava di applaudire. Ma, dopo una breve pausa, il pubblico applaudì. Da prima intensamente, poi con entusiasmo, e infine con delirio.
La Duse recitava in modo inaudito. Mai, né prima né dopo, io ho udito recitare così. Ella rappresentava con tanta efficacia il dramma della giovane donna innamorata, che si sacrifica con una menzogna per ridare la libertà all'uomo amato, che nessun occhio rimaneva asciutto. E anche la Duse piangeva. E allorché moriva nelle braccia del suo compagno Flavio Andò, sembrava librarsi in più alte sfere. Non era più un'attrice, non era più una donna, era un angelo. Un incredibile follia afferrò il pubblico, quando il sipario calò per l'ultima volta. Per una buona mezz'ora esso strepitò, volendo rivedere l'attrice divina. Ogni sorta di esclamazioni - naturalmente italiane - si incrociavano nella sala.
Il mio collega e io eravamo vergognosi. Coi nostri poveri "bravo!" e "hoch!", non potevamo davvero farci ascoltare. Tutti urlavano in italiano, gesticolavano. E noi fummo travolti.
Le poche mezze frasi italiane da noi conosciute, provenivano per lo più dagli avvisi di libreria, o erano battute molto significative. E così fu che, pieni di entusiasmo, gettammo giù dalla galleria esclamazioni di questo genere: "Salda conti! Evviva! Prima vista! Salvo errore e omissione! Corpo di bacco! Marroni arrosti! Se non è vero è ben trovato!"
La gente intorno a noi strepitava talmente da non poter prestare attenzione alcuna alle nostre grida. E noi continuavamo: "Salda conti! Maledetto da Dio!" Quando mi svegliai, la mattina dopo, constatai che, nel furore dell'entusiasmo, avevo dimenticato di cenare!... Trent'anni sono trascorsi da quella serata memorabile e noi siamo di trent'anni più vecchi, la Dusa e io. Ella non recita più la "Signora dalle camelie", ma "La donna del mare"; non è più l'attrice ignota, ma la grande tragica, celebre in tutto il mondo, e io non salgo più alla quarta galleria, ma siedo comodamente in un palco di mezzo, e il teatro nel quale è la recita mi appartiene... Eppure, cuore in mano, signora Eleonora: trent'anni fa era molto più bello, non è vero? "Corpo di bacco!"

Ero con Eleonora Duse nella fatale tournée americana

di Enif Robert Angiolini







Il ricordo di Enif Robert Angiolini (1886 - 1974), attrice nella compagnia di Eleonora Duse, nel centenario della nascita della Divina, 1958

Conobbi la grande artista nel 1908 quando, dopo una breve esperienza d'arte che non mi aveva del tutto soddisfatta, stavo per tornarmene alla mia casa leggermente nauseata dei palcoscenici di secondo ordine dove bisogna pur fare un po' di tirocinio. Un telegramma mi avvisava che era richiesta un'attrice per raggiungere a Bruxelles la compagnia di Eleonora Duse. Se volevo andare... la Duse! Fu una delle più grandi emozioni della mia vita e filai attraverso frontiere sconosciute, con passaporto fatto in tutta fretta, col viatico di 200 lire che erano allora una scorta rispettabile, firmando il contratto che mi assegnava ben 6 lire al giorno.
Mia madre mi aveva comperato quattro vestiti da Bellom (il Dior di quei tempi) ed arrivai alla presenza di Eleonora Duse col cuore in tumulto, ma padroneggiando abbastanza bene il mio orgasmo.
La Duse volle vedermi per assegnarmi la parte per la quale ero stata scritturata: Francesca Doni, sorella di Silvia Settala, in "La Gioconda" di Gabriele d'Annunzio.
Saputo che non ero della grande famiglia dei comici, ma una recluta piena di sogni, disse che era felice di questi elementi che portavano altri valori spirituali e culturali nel chiuso mondo dei figli d'arte, pieni di genialità sceniche ma spesso intristiti fin dall'infanzia negli orpelli della precaria vita della ribalta.
E subito mi volle bene. Recitai al suo fianco per poco tempo, poiché ella smise la sua attività nel febbraio del 1909, ma questo non troncò la mia devota assiduità presso di lei che volentieri mi accoglieva nella sua casa di Firenze prima, di Roma poi. Case che la Duse abitava saltuariamente, l'eterna, inesausta nomade, con sempre tanti gradi di calore, e tanti tanti libri.
Leggevamo insieme molti passi salienti di autori che avevano impressionato la sua sensibilità, sempre vigile e pronta; rileggevamo a volte finché ella non avesse analizzato, con suprema e sottile indagine, il perché di un pensiero, di un atteggiamento letterario
Quale somma di genialità nel giudicare un libro, un dramma, un autore!
Io avevo intanto sposato uno dei suoi primi attori del periodo 1904 - 1908 ed era nata Eleonora, la piccola ch'ella sempre ricordò ed amò con me.
Quando si trattò di riprendere la via del teatro, dopo 12 anni circa di silenzio, ricercò entrambi i suoi "fedelissimi", come ci chiamava, ma non per subito poiché aveva accettato la fraterna offerta di Ermete Zacconi per il difficile suo rientro nel mondo teatrale: saremo stati con lei in Inghilterra e per il viaggio in America che già aveva in mente di affrontare.
Partimmo nel settembre 1923, dopo aver fatto una trionfale tournée a Londra e nei paesi vinti del 1918. A Vienna vidi creature emaciate dai patimenti morali e fisici risollevare la testa al suo passaggio, alle sue rappresentazioni, con atteggiamenti di supremo stupore nel constatare che c'era al mondo ancora qualcosa di bello e di buono da godere, nella luminosa sua presenza, nella sua parola consolatrice. Qualcuna di quelle anime, naufragate nella guerra e nella disfatta, mi confidò di aver riallacciato i rapporti con la vita dello spirito, soltanto dopo averla ascoltata ed applaudita.
Ella mi disse un giorno nell'accomiatarsi da Vienna: "Bisogna che torniamo presto qui. C'è tanto dolore da lenire... c'è tanta gente buona che aspetta una consolazione da me. Mi par di tradirli partendo per andarmene nella ricca vittoriosa America". Partimmo per quella che doveva essere invece l'ultima trionfale, massacrante fatica del suo organismo minato nei polmoni esausti.
A New York, in una prima recita al "Metropolitan" con incasso di 30.000 dollari (1923), vi fu un'accoglienza assai superiore a quella riservata alle autentiche celebrità, e le successive dieci recite in altro men vasto teatro per la prosa, videro una tumultuosa caccia ai biglietti esauriti ed un entusiasmo mai venuto meno fra la gente che si pigiava nei dintorni, almeno per vederla entrare o uscire, con gettito di fiori e acclamazioni a non finire. Una frenesia che toccava il limite del prevedibile. La Duse ne era sopraffatta, sempre trepida che le forze non le bastassero a fronteggiare quell'attesa di tutta una città gigantesca e rumorosa che le incuteva paura.
Poi cominciò il giro artistico per tutta l'America, da Boston giù giù fino a Cleveland e poi ancora niente meno che a Cuba, navigando sul pigro immenso Mississipi, sempre più terribilmente lontani dall'Italia. La Duse aveva talvolta scoramenti e perplessità: "Ma perché io sono qui e non nella dolce Asolo, qui a far la mamma di cartone, in mezzo a tutta questa roba di stoppa e di cartapesta, invece che presso la mia figliola vera, che ho lasciata non bene in salute e forse ora mi chiama, mi vuole, esige la mia presenza fisica come si conviene alle mamme vere... e dovrò rivolgermi a un finto figlio! In nome di quale assurdo io debbo obbedire a un destino di tal genere?".
Ma approdando finalmente all'Avana riebbe la sua pace, poiché c'eran lettere rassicuranti sulla salute della figlia.
In California, nel febbraio di quel suo ultimo inverno 1924, si senti bene, riacquistò forze martoriate dalla fatica: in quel suo bell'appartamento all'Hotel fastoso che guarda il porto di San Francisco, ebbe giornate serene.
La tregua concessa alla vicina catastrofe di Pittsburgh.
Ma già un presentimento serpeggiava nel suo subcosciente. Più volte, con strana frequenza, mi parlò tranquillamente della morte: "Io sono ben preparata al gran viaggio; ho potuto ottenere che, nel caso io mancassi qui in America... ("tutto è possibile mia cara...", incalzò lei alle mie proteste, che oggi capisco inopportune). Se io mancassi qui in America, tutti i miei scritturati siano riaccompagnati fino alla soglia delle loro case con armi e bagagli. Questo è scritto nel contratto e sono tranquilla. Non ho altri problemi da risolvere, mia cara...", disse sorridente e calma.
E fu a Pittsburgh che si fermò davvero il suo gran cuore.
La recita del 5 aprile le fu fatale, poiché per uno sbaglio dell'autista che l'accompagnò al teatro, l'auto si fermò, ed ella scese, sotto una bufera di pioggia e di vento, ad una porta secondaria del palcoscenico, che era chiusa dal di dentro. Subito il segretario corse in teatro per farla aprire, ma passò del tempo, e la Duse, mal riparata dalla pelliccia che le folate gelide le sventagliavano implorava di far presto... presto... Quando la porta si aprì finalmente, era una povera creatura che si riscaldò alla meglio nel camerino sempre a 26 - 27 gradi.
Singolare coincidenza: il cartellone del teatro annunziava "La porta chiusa" di Marco Praga.
Subito si manifestò la polmonite e nulla valse a fronteggiare il male terribile che doveva spegnerla il 21 aprile 1924, lunedì di Pasqua.
La vidi saltuariamente in quei giorni; mandò spesso a chiamarmi. Il venerdì entrai da lei; era assopita, ma si destò: "Vieni vicino! mi danno tanto chinino... sento poco... mi istupidisce. Non vorrei prenderne tanto. Ah, se avessi qui i miei medici italiani: Ravà... Signorelli... che conoscono bene il mio organismo...". Poi si riassopì. Osai ricomporre una ciocca di capelli che era caduta sulla fronte. Si ridestò, mi sorrise debolmente. Poi ad un tratto si levò decisa sui guanciali e, puntando i gomiti per sollevarsi, disse a voce alta e limpida: "E doppo er serra serra riecchece pe' terra!" I versi di un caro poeta romanesco.
Ancora si riassopì. Andai verso la porta in punta di piedi. Mi fermò la cara voce che disse: "Che fate voi tutti?... state uniti! E' la Pasqua, pazientate... guarirò... andremo subito in scena appena sarò in piedi... tu, tu verrai con me... mi accompagnerai ad Asolo...".
Asolo! Il piccolo sereno paese di silenzio e di raccoglimento fu l'ultimo desiderio di pace a cui l'anima sua sarà ancorata e sul quale poggiava il suo lucido, estremo delirio.
Io invece non dovevo più vederla viva.
La vestimmo tutta di bianco componendole le stupende mani lungo il gracile corpo armonioso, e ad Asolo la riportammo attraverso un lunghissimo viaggio in terra americana, che fu tutto un affettuoso, trepido rimpianto d'amore verso la grande attrice, verso la grande consolatrice d'anime ch'ella soprattutto fu.
Ma ben così doveva morire Eleonora Duse; nel reverente abbraccio supremo di due mondi che misero il lutto per lei, nella più vasta risonanza di un dolore unanime.
Vedemmo dal treno funebre, ad ogni stazione che attraversammo rapidi o dove ci fermammo, tante donne anche in panni umili o dimessi, pregare inginocchiate e cercare di gettare poveri fiori di campo sul convoglio, attraverso i cancelli. Molti uomini col capo chino in atteggiamento assorto e reverente. Forse molta di questa gente era italiana d'origine, forse molti non avevan mai potuto sentirla; era giunta fino a loro soltanto l'eco di questo nome che per magia d'arte portava vittorioso nel mondo anche il nome d'Italia.
A New York il traffico fu tutto fermo quando passò il feretro, fino alla gran chiesa delle esequie solenni. Il pazzesco traffico si paralizzò d'incanto per ben cinque minuti. Un'America stranamente silenziosa ci accolse.
Poi sul "Duilio" le nostre veglie alla bianca spoglia mortale, l'approdo a Napoli in un silenzio rotto solo dagli inevitabili discorsi ufficiali, l'arrivo ad Asolo dove la lasciammo al tanto sospirato silenzio in una sobria tomba di fronte al Grappa.

Hermann Bahr

(1863 - 1934)

Durante la visita doganale al confine, la bella Jenny Gross mi disse, accennandomi in tono di compassione una figura femminile vestita di nero e i suoi compagni: "Sono concorrenti, commedianti italiani che fanno una stagione a Pietroburgo. Quella povera disgraziata stanotte è stata molto male. E' una certa Duse". Nessuno conosceva quel nome e nella penombra la figuretta infreddolita non aveva affatto un aspetto di celebrità, non aveva nessun aspetto... Una sera Kainz non recitava. Era libero, Dove andare? Decise di sentire gli italiani, dicendo: "I commedianti italiani, per grami che siano, li preferisco ai migliori tedeschi: anche dall'ultimo guitto d'Italia c'è qualche cosa da imparare". Si rappresentava La moglie di Claudio. Dietro di noi c'era Mitterwurzer. D'un tratto Kainz mi afferra per un braccio, si avvinghia a me, e io sento intanto che Mitterwurzer manda come un gemito; e io vado di continuo dicendo a me stesso: non scoppiare a pianger forte, sarebbe una ridicolaggine! Incontrare la Duse d'un tratto, senza aspettative, senza preavviso, senza preparazione, quando si pensava di sentire un'attrice qualunque, trovarsi per la prima volta faccia a faccia con lei: non ci sono parole per esprimere quello che significa.


Charlie Chaplin

(1889 - 1977)

Il 20 febbraio 1924 sul “Los Angeles Daily Times”, Charlie Chaplin pubblica una recensione sull'interpretazione della Divina Eleonora Duse nel dramma "La porta chiusa" di Marco Praga, rappresentato al Philarmonic Auditorium di Los Angeles. Eleonora morirà due mesi dopo.

E' una donna vecchissima, e tuttavia c'è in lei qualcosa che ricorda un bambino patito. Credo sia la semplicità della sua arte. Dietro il bambino c'è un gran cuore che si nutre di esperienza.
La Duse è sprofondata in una poltrona e ha contorto il proprio corpo quasi come un bambino sofferente. Non se ne vedeva il volto; nessun sussulto alle spalle. Se ne stava in silenzio, quasi senza muoversi. Solo una volta il suo corpo è stato scosso da un brivido di dolore simile a un parossismo, e questo, e l'istintivo raggrinzirsi del suo corpo di fronte alla mano tesa del figlio, ecco quasi l'unico movimento visibile.
Pure, così grande è la sua forza drammatica, di tale entità è la conoscenza che ha della tecnica teatrale, che questa scena letteralmente ti strazia il cuore. Confesso che mi ha strappato lacrime. Quando alla fine la Duse si è girata, le mani abbandonate in un gesto di assoluta disperazione, rassegnazione, resa, è stata la miglior cosa che ho mai visto sul palcoscenico. Il suo dolore, il suo avvilimento, la sua contrizione, erano percorsi da una terribile ironia, e tutto questo stava in quell'unico gesto. Se solo sapessimo dirigere i film com'è stata diretta questa piéce! Alcuni dei più notevoli effetti sono stati ottenuti con modi che infrangono ogni regola...

Matilde Serao

(1856 - 1927)


"Senza retorica ed esagerazione, si può dire che essa recitava come i fiori profumano, come risplendono le stelle, come cantano gli uccelli."











N
ella foto Matilde Serao, Francesco Paolo Tosti ed Eleonora Duse, Sanremo 1895 circa

Anton Čechov

(1860 - 1904)

"Ho proprio ora visto l'attrice italiana Duse in Cleopatra di Shakespeare. Non conosco l'italiano, ma ella ha recitato così bene che mi sembrava di comprendere ogni parola; che attrice meravigliosa!"

Roberto Bracco

(1861 - 1943)

"La sua arte, pur essendo umanissima, creava la possibilità di sensazioni sovrumane, le cui reminiscenze sono inesprimibili."

Hermann Hesse

(1877 - 1962)

"La sua recitazione, anche quella delle mani, è favolosamente fine, sensibile e trascinante."

José Ortega y Gasset

(1883 - 1955)

"Ricordo l’impressione che mi fece, adolescente, la famosa attrice Eleonora Duse, una donna alta, consumata, che non era più giovane e mai fu bella, che sprigionava, nei suoi occhi e nelle sue labbra, un movimento di uccello ferito, colpito all’ala. Noi rapaci del tempo uscimmo dal teatro col cuore contratto, e con una specie di fuoco fatuo in esso, che è il fuoco dell’amore adolescente."